Pensionare i falsi riformisti
Avendo progettato e scritto in una settimana una manovra di finanza pubblica che porta il bilancio italiano al pareggio nel 2013 e riduce il deficit del 2012 all’1,2-1,4 per cento, ora Silvio Berlusconi viene accusato di avere tradito il suo programma liberale. Questo giornale, lo abbiamo documentato ancora negli scorsi giorni, non è stato mai tenero con la flemma poco sviluppista dell’esecutivo e, nel suo piccolo, ha tentato di avvertire per tempo – non da solo, certo, ma con una compagnia molto più sparuta rispetto a quella di queste ore – che non ci si può liberare del fardello del debito pubblico senza creare ricchezza.
18 AGO 20

Abbiamo parlato di “otto mesi persi senza crescere”, calcolandoli a partire dalla lettera pubblicata sul Corriere della Sera con cui il Cav. annunciò l’intenzione di lavorare, in accordo bipartisan con l’opposizione, a una frustata sviluppista. Detto ciò, fa sorridere chi da sinistra si rimproveri il Cav. di non essere all’altezza delle sue promesse del 1994, come se allora l’opposizione avesse invece accolto con favore gli scenari di rivoluzione liberale in Italia. Anche perché nel decreto qualche misura positiva, e in linea con quello “spirito del 1994”, a dire il vero c’è: dalle liberalizzazioni nel settore delle professioni a quelle dei servizi pubblici locali, dalle privatizzazioni delle municipalizzate alla rivoluzione nella contrattazione aziendale. E’ innegabile che nel settore del contenimento della spesa pubblica si potesse (e anzi si possa) fare di più. E considerato il peso del debito pensionistico, è su questo fronte che si sarebbe potuto (anzi si potrebbe) agire con maggiore decisione. In questo caso, però, un flashback al 1994 può tornare utile: oggi come allora, infatti, Lega nord e sinistra, soprattutto sindacale, sono alleati nella difesa dello status quo.
Ai tempi del primo esecutivo Berlusconi la Lega si dissociò dalla maggioranza di governo, opponendosi alla riforma delle pensioni del ministro del Tesoro Lamberto Dini, determinando la caduta dalla culla del governo e dando vita a un governo tecnico, presieduto dallo stesso Dini, che mantenne in vita le pensioni di anzianità a cui, in particolare, teneva la Cgil. A 17 anni di distanza, ritorna l’alleanza fra Lega, sinistra e sindacati a tutela dello status quo. Prendersela come al solito con il Cav. è solo un modo, a sinistra e non solo, per evitare di compiere avvilenti bilanci in casa propria.